DONNE SENZA FIGLI

Lo scorso settembre il ministero della Salute è stato riempito di critiche per l’infelice iniziativa del “Fertility Day”, una giornata il cui scopo avrebbe dovuto essere quello di renderci più consapevoli delle cattive abitudini che possono causare l’infertilità. L’iniziativa è stata criticata per numerosissime ragioni e una di queste è l’insensibilità di alcuni messaggi della campagna e del suo stile comunicativo verso alcune categorie di donne: quelle che non possono avere figli e quelle che non ne vogliono avere.

L’intera campagna era volta a invitare indiscriminatamente i cittadini alla procreazione in nome della preoccupante (dal punto di vista economico-pensionistico) decrescita demografica italiana. I messaggi diffusi dalla campagna mostravano che chi l’ha organizzata non ha tenuto in conto né le motivazioni per cui le donne (e anche gli uomini) non vogliono o non possono avere figli né il fatto che l’Italia è uno dei paesi al mondo in cui la percentuale di donne che non vogliono avere figli per scelta stia crescendo di più.

Secondo i dati dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) raccolti tra il 2005 e il 2010 quasi un quarto delle donne italiane nate nel 1965 è arrivata verso la fine dell’età fertile senza avere figli. Negli Stati Uniti la percentuale si ferma al 14 per cento, in Francia al 10 per cento.

Illustrazione di Elena Della Rocca

Negli anni Venti le donne italiane che finivano per non avere figli erano il 17 per cento. Come nella maggior parte dei paesi europei l’andamento di questa percentuale nel tempo disegna una forma a U: subito dopo la fine della Seconda guerra mondiale è scesa al 9 per cento per poi risalire negli ultimi vent’anni. Secondo i dati del Rapporto natalità e fecondità 2016 dell’Istat, nel 2015 il 13 per cento delle donne nate nel 1960 (dunque di 55 anni) e il 21 per cento delle donne nate nel 1970 (dunque di 45 anni) non aveva figli.

Le motivazioni per cui sempre più donne scelgono di non avere figli sono moltissime, spesso molto personali e profonde, ma nonostante questo la società continua a esercitare una forte pressione sulle donne per quanto riguarda la maternità. L’idea che la massima felicità per una donna e la sua realizzazione dipendano dalla maternità sembra purtroppo ancora molto radicata e molte persone non riescono a concepire che ci possa essere femminilità senza maternità.

Proprio per questa ragione, su internet abbondano forum, gruppi sui social network e altri safe space dedicati alle persone che hanno scelto di non avere figli o che si sono pentite di averne avuti. Di questi gruppi fanno parte anche molti uomini, ma sono le donne a subire di più le critiche di sconosciuti, di parenti, amici e conoscenti per le loro scelte in tema di maternità.

La sociologa Pascal Donati ha riassunto il tipo di critiche subite dalle donne senza figli così:

Quando non si hanno figli e se ne sarebbero potuti avere, è meglio essere un uomo che una donna, vivere sola piuttosto che in coppia e non dare troppo a vedere di essere una donna appagata. In quest’ottica, essere una donna sposata che ha scelto di non essere madre desta molti sospetti […]
La nostra società definisce un tempo legittimo per l’amore autosufficiente, quello dell’incontro e del momento in cui si forma la coppia. Ma questo tempo deve essere superato e aprirsi a un desiderio di un legame più altruista: quello del diventare genitori. La donna che rifiuta di essere madre non ama forse troppo l’amore?» Gli stereotipi negativi che riguardano queste donne abbondano: egoista, incompleta, non a proprio agio con se stessa, immatura, materialista, carrierista, ecc.»

Oppure basti pensare a come sono stati trattati dai media l’attrice Jennifer Aniston e il suo utero.

 

Dare un nome alle donne senza figli

Spesso per riconoscere a un gruppo di persone le proprie rivendicazioni e il proprio legittimo diritto di fare le proprie scelte è necessario che abbiano un proprio nome riconosciuto da tutti. Ci sono molte espressioni con cui le donne (e gli uomini) senza figli si chiamano o vengono chiamate. Quelle più ricorrenti sono le parole inglesi childless e childfree, da usare a seconda che indichino persone che non hanno potuto avere figli o che non ne hanno voluti. Un’altra espressione, più tesa a criticare i mancati genitori che potrebbero diventarlo, è dink, che riassume “Double Income No Kids”, cioè “due stipendi, niente figli”.

Jody Day, la fondatrice dell’associazione in difesa delle donne senza figli Gateway, ha coniato il termine No-mo, cioè “no-mamma”. In tedesco Kinderlosigkeit è la parola che definisce lo stato di non avere figli, mentre il termine medico per indicare una donna che non ha mai partorito invece è “nullipara”. Infine un recente documentario sulle donne italiane che non hanno figli ha provato a trovare un nome italiano prendendo una parola in prestito dal dialetto sardo*: lunadigàs, letteralmente “lunatiche”, sono le pecore che per qualche ragione non restano incinte.

In sociologia si usa una classificazione ideata dalla britannica Catherine Hakim che distingue le donne in base alle loro scelte di vita e le divide in tre categorie: le home-centred (cioè quelle che danno priorità a casa e famiglia), le work-centred (quelle che invece privilegiano la loro professione) e le adaptive (che cercano di coniugare i due aspetti). Secondo Hakim il 60 per cento delle donne rientra nell’ultima categoria, mentre alle altre due corrispondono i due restanti 20 per cento.

Una considerazione interessante che deriva dalla classificazione di Hakim è che i discorsi e le politiche femministe spesso dimenticano di coniugare i diversi punti di vista ed esigenze di queste tre categorie di donne, che avendo priorità diverse possono trovarsi in conflitto su molti temi.

Una classificazione più recente – che però si adatta meglio alle donne americane – è quella del sociologo Neil Gilbert che distingue le donne in base al numero dei figli: le tradizionali (quelle con tre figli o più), le neotradizionali (due figli), le moderne (un figlio) e le postmoderne (senza figli).

 

Perché alcune donne non vogliono avere figli

Tra le donne che nella loro vita diventano madri e quelle che decidono di non avere figli c’è ovviamente un ampio spettro di casi diversi. Ci sono le donne che vorrebbero avere figli ma non possono a causa di problemi fisici oppure perché i casi della vita glielo impediscono e ci sono quelle che posticipano il momento di pensare ad avere un bambino perché aspettano la persona giusta con cui farlo o di raggiungere la sicurezza economica: queste donne possono finire per avere figli o meno.

Nel 2008 le demografe Maria Letizia Tanturri e Letizia Mencarini hanno messo insieme uno studio sulle donne childless e childfree italiane che riassume le ragioni per cui alcune donne italiane non hanno figli. I dati presi in considerazione riguardavano un numero ridotto di donne (859) di diverse città italiane, ma dà un’idea di quante siano le donne senza figli – le partecipanti allo studio, che si è svolto nel 2002, avevano tra i 40 e i 44 anni – in proporzione.

Lo studio non tiene in considerazione le donne l’ipotesi che una donna possa avere un figlio da sola né distingue tra coppie eterosessuali e omosessuali, ma bisogna tenere conto di quando è stata fatta la raccolta dati.

Ci sono due tipi di ragioni per cui le italiane non hanno figli secondo lo studio di Tanturri e Mencarini. Le prime accomunano le donne che non li hanno volontariamente a quelle che posticipano la decisione di averne fino a quando non è troppo tardi o vengono a mancare le condizioni: sono l’aumento dei costi diretti e indiretti dell’avere figli a fronte dell’attuale situazione economica e il fatto che in Italia ancora molto spesso non ci sia parità tra uomini e donne per quanto riguarda la distribuzione delle mansioni domestiche all’interno della coppia.

A ritardare il momento di avere il primo figlio – secondo gli ultimi dati Istat l’età media delle donne italiane al primo concepimento è 32,3 anni – ci sono la difficoltà di trovare lavoro, la paura di non vedere il proprio contratto rinnovato dopo la gravidanza e la mancanza di un adeguato sostegno sociale per le madri che le aiuti nel loro ruolo di madri o di madri lavoratrici, sia a livello istituzionale che economico.

D’altra parte le donne che non hanno figli devono affrontare un altro tipo di difficoltà sul lavoro, quella delle discriminazioni, che colpiscono in particolare le donne single. Dato che sono considerate libere, è più facile che venga chiesto loro di fermarsi più a lungo sul lavoro e di lavorare durante il weekend o i giorni di festa. Questo nei casi più gravi può sfociare in vere e proprie pressioni psicologiche e mobbing, da parte sia dei colleghi che del datore di lavoro, che in cambio promette gratificazioni future che difficilmente arrivano. Da queste donne ci sia aspetta una maggiore flessibilità sia nell’accettare orari scomodi e trasferte, sia disponibilità a eseguire mansioni inferiori alla posizione di assunzione.

Il secondo tipo di motivazioni per non avere figli riguarda solo le donne (e in alcuni casi gli uomini) childfree. Si tratta ad esempio di persone che non hanno mai desiderato avere un figlio per banale inclinazione personale: non piacciono i bambini. Poi ci sono persone che non vorrebbero mai sacrificare la propria libertà o lo spazio della propria relazione ai tempi e alle necessità di uno o più bambini: più della metà delle donne childfree motiva con una di queste due argomentazioni la sua scelta.

Altre ancora pensano che occuparsi di un bambino sia un’attività deprimente o una perdita di tempo per la propria realizzazione personale. Infine molte donne hanno un ideale talmente alto della madre perfetta che non si sentirebbero mai all’altezza di ricoprire questo ruolo: sembra che l’idea stessa per cui la donna deve essere madre e la madre deve sempre e comunque amare il proprio bambino e agire per il suo bene abbia dissuaso queste donne dal voler diventare madri a loro volta.

In una vecchia intervista all’Espresso Tanturri ha spiegato che in Italia “il 70 per cento delle donne sono convinte che se la madre lavora il figlio ne risente; negli altri paesi europei la pensa così non più del 5 per cento”.

C’è poi un ultimo tipo di motivazione, legata alla coscienza ecologista di alcune personechildfree: ritengono che la sovrappopolazione incontrastata e continua della Terra sia molto preoccupante e che vada affrontata evitando di generare nuovi esseri umani e l’inquinamento che la loro esistenza produrrebbe. Queste persone hanno a cuore sia la salvaguardia dell’ambiente che quella delle generazioni future: un minor numero di persone sulla Terra significherebbe un minor consumo delle risorse e quindi una maggiore disponibilità di quelle che restano per i posteri. Tra le persone che decidono di non avere figli biologici per questa ragione, c’è anche chi sarebbe eventualmente disposto a un’adozione.

 

La tremenda questione dell’istinto materno

Spesso nel criticare le donne senza figli per scelta si cita la presunta “naturalità dell’istinto materno”. Questo però, più che essere una caratteristica biologica delle madri è un costrutto sociale evolutosi negli anni. All’interno del libro Selfish, shallow and self – absorbed: Sixteen Writers on the decision not to have Kidsla sociologa Laura Kipnis fa un excursus sull’evoluzione di questo concetto nel saggio Maternal Instinctsin Europa se ne è cominciato a parlare all’epoca della rivoluzione industriale, quando gli uomini cominciarono ad andare a lavorare fuori casa e la divisione delle mansioni tra uomini e donne divenne più netta. In questo periodo il valore economico dei bambini diminuì, dato che col passare del tempo smisero di essere considerati una fonte di forza-lavoro. Per questo si cominciò a parlare dei benefici che la maternità portava a livello emotivo nella vita delle madri stesse.

Possiamo fare due esempi per capire quanto il cosiddetto istinto materno non sia affatto una caratteristica scontata di tutte le donne. Nei periodi in cui la mortalità infantile era molto alta, l’attaccamento materno al bambino era molto più basso e i casi di abbandono e infanticidio più alti. Inoltre i bambini venivano lasciati spesso alle balie e quando era difficile mantenerli erano mandati negli orfanotrofi o a lavorare, perché l’idea della sacralità dell’infanzia ancora non esisteva. Lo storico Lawrence Stone a riguardo ha notato come in quei periodi in Inghilterra fosse persino pratica comune dare il nome di un fratello ormai morto al nuovo nato.

Il secondo esempio è molto più recente ed è raccontato dalla scrittrice femminista Jessica Valentinel libro Why Have Kids. Nel 2008 lo stato americano del Nebraska depenalizzò l’abbandono dei bambini da parte dei genitori con sperando che si riducesse il numero di infanticidi. La misura però ebbe un risultato inaspettato dovuto al fatto che nel formulare la legge non si era messa un’età massima per cui si poteva lasciare il proprio figlio in una struttura pubblica senza subire conseguenze legali: prima che la legge fosse modificata vennero abbandonati moltissimi bambini e ragazzi, ventidue dei quali maggiori di 13 anni.

Non è che le sensazioni che indichiamo con l’espressione “istinto materno” non siano vere o profonde per chi li prova: è che sono un costrutto della nostra società e non una nostra caratteristica biologica. La filosofa francese Élisabeth Badinter ha ricostruito l’evoluzione storica del concetto di istinto materno in molti dei suoi libri: in Mamme cattivissime? La madre perfetta non esiste spiega che dopo le conquiste e le sconfitte del femminismo negli anni Sessanta, quando si cercava di affermare l’identità femminile in modo indipendente dalla sfera della maternità, negli anni Settanta gran parte delle femministe cominciarono a sottolineare gli aspetti che differenziano uomini e donne, tra cui appunto il diventare madri.

In questo periodo nacque la teoria del legame tra madre e bambino dei pediatri John Kennell e Marshall Klaus, secondo cui le femmine umane, così come quelle di altre specie animali, devono mantenere un legame fisico costante con i propri figli subito dopo il parto affinché si crei l’istinto a occuparsene. Per legame fisico costante intendevano proprio il contatto della pelle della madre con quello del neonato. Secondo molte persone che si convinsero della teoria di Kennell e Klaus (sono tuttora molte, nonostante si sia dimostrato che non ha fondamento scientifico) le madri che non stabilivano il legame iniziale con il figlio potevano poi maltrattarlo e causare in esso problemi comportamentali durante la crescita. Badinter riassume cosa pensare delle teorie secondo cui esiste un istinto materno biologico con la semplice frase: “Non bastano gli ormoni per fare una buona madre!”.

Tuttavia le idee sull’istinto materno, come spesso accade con molte idee che riguardano la salute dei bambini, continuano a influenzare ciò che molte persone pensano su come debba essere una brava madre. L’idea che una donna possa rimpiangere il fatto di avere avuto figli è un tabù: le donne che confessano di essersi pentite di essere diventate madri vengono accusate di non amare abbastanza i propri figli o di mancare di moralità.

A tal proposito nel 2015 Orna Donath, sociologa Israeliana, ha condotto uno studio: Regretting Motherhood: a Sociopolitical Analysis con lo scopo di sottolineare come la maternità non fosse un’esperienza unitaria per tutte le donne. Nello studio è risultato evidente come le donne ponessero una netta distinzione tra l’oggetto della maternità, ovvero i loro figli che dimostravano di amare molto e che non ritenevano causa del rimpianto, e l’esperienza della stessa, che ammettevano di rimpiangere.

Non è necessario specificare che uno dei più brutti pregiudizi verso le donne che non vogliono avere figli è che non siano in grado di provare amore e siano egoiste. Per completezza: non c’è nulla di meno vero. Molte donne che non hanno figli per scelta ad esempio danno moltissima importanza al proprio rapporto con nipoti, bambini di cui si occupano regolarmente (per le donne insegnanti si tratta spesso di scolari e studenti) o animali domestici.

Tra le alternative preferite alla maternità ricorre molto spesso il piacere e l’impegno nell’essere “zie”, sia dal punto di vista affettivo che educativo. Questo comportamento non sarebbe proprio esclusivamente della specie umana: secondo l’antropologa Sarah B. Hrdy le sorelle dei genitori sono una figura di sostegno nell’educazione e nella crescita dei figli anche in alcune specie di primati. Anche in questo caso le zie appassionate hanno una forte presenza online, ad esempio intorno a Savvy Auntie il blog di Melani Notkin, una donna che non avendo potuto avere figli propri ci tiene particolarmente a essere una zia “cool”.

 

L’utero è mio (anche se voglio essere sterile)

Tra le donne che decidono di non volere figli, molte sanno già da ragazze che non diventeranno madri e alcune di queste chiedono di essere sterilizzate per non dover utilizzare contraccettivi (e quindi sottoporsi a un prolungato dosaggio ormonale esterno) e non essere costrette ad abortire nel caso in cui questi si dimostrino inefficaci. L’asportazione delle tube uterine è un intervento a cui ci si può sottoporre volontariamente, come spiega la testimonianza di una ragazza di 26 anni sul blog Abbatto i muri:

Vorrei spendere qualche parola sull’intervento a cui mi sono sottoposta: la salpingectomia bilaterale (asportazione di entrambe le tube) è LEGALE in Italia per tutte le donne maggiorenni capaci di intendere e di volere, con o senza figli. È un intervento irreversibile che non permette di concepire in modo naturale. Non ci sono scompensi ormonali, non si va in menopausa! Utero e ovaie non vengono minimamente toccati, il ciclo continua come al solito, c’è l’ovulazione e ci sono le mestruazioni, tant’è che si può anche avere una gravidanza dopo un intervento del genere (solo tramite procreazione medicalmente assistita).

Sempre la sociologa Laura Kipnis, tra le prospettive future, vede la possibilità di una piena uguaglianza tra uomini e donne solo quando alle donne sarà permesso di poter far nascere un bambino completamente all’esterno del proprio corpo, evitando così, sia i nove mesi di gravidanza che l’esperienza del parto, da molte temuta e che ancora oggi in caso di complicazioni può portare alla morte della madre, del bambino o di entrambi.

Quello della maternità è uno degli argomenti su cui le persone percepiscono di più le proprie opinioni come questioni di principio o verità assolute dato che tutt* siamo figli e molt* ne hanno. Tuttavia non ci potranno essere politiche demografiche giuste e una vera uguaglianza tra donne e uomini fino a che – tra le altre cose – la politica e la società non impareranno a comprendere anche quelle donne che pur non volendo essere madri sono donne ed esseri umani. Sperando che un giorno sia l’avere figli che il non averne possa essere una condizione o una scelta rispettata.

di 

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