I miei libri

Presto disponibile la sinossi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

 

Non è un libro ma un viaggio nel tempo e nelle emozioni. Erano gli anni dei collant colorati, dei pantaloni di pelle, dei jeans strappati e delle giacche luccicanti, dei capelli cotonati all’inverosimile, di Pac Man e dei film di Spielberg. L’Italia del calcio era appena uscita dal Bernabeu con un’incredibile Coppa del Mondo tra le mani, e anche sulla sponda giallorossa del Tevere si sognava in grande. Sogni che divennero realtà quell’8 maggio 1983, quando l’ingegnere Viola, dopo quattro stagioni, riuscì a completare il progetto e portare la Roma sul tetto del calcio, anche grazie a una squadra composta da uomini e campioni straordinari: da Falcao a Nela, da Ancelotti a Pruzzo, da Conti a Di Bartolomei, da Prohaska a Vierchowod, e si potrebbe continuare. Oggi, a quarant’anni esatti di distanza, sono loro a raccontarci le storie di una stagione eccezionale, facendoci rivivere l’impresa di un gruppo che, capovolgendo ogni pronostico, riuscì a scrivere una pagina indimenticabile della storia sportiva della Capitale e del calcio italiano. Capitan Di Bartolomei che guida il giro di campo all’Olimpico per festeggiare è la fotografia più bella di uno scudetto indimenticabile. 300 pagine, 6 ritratti inediti firmati da un artista internazionale, 50 fotografie di una città che si colora di giallorosso, racconti inediti di chi era in campo e storie d’amore di chi era sugli spalti. Calciatori, vip e tifosi raccontano uno scudetto indimenticabile.


 

 

Fernando Orsi è stato ed è (perché da quel ruolo non ci si stacca mai) un portiere d’altri tempi. Tempi di uomini e non di supereroi, in cui l’applicazione, la serietà e la grande preparazione tecnica e atletica non precludevano lo spazio alla leggerezza nell’interpretare un mestiere che era anche, e forse soprattutto, un magnifico gioco.

In questa autobiografia romantica, Orsi ci racconta con sincerità e ironia la sua bella storia: la mamma romanista e il papà laziale, le giovanili nella Roma e la maturità nella Lazio, dove rimane per vent’anni. E poi i compagni “storici” come Giordano, Manfredonia, D’Amico, gli allenatori improbabili come Lorenzo, gli autogollisti implacabili come Miele. E anche la celebre tripletta subita da Maradona, perché fare il portiere significa anche questo. Storie di sport e di vita che s’incastrano con i momenti più intensi della nostra cronaca: quella degli anni Settanta e Ottanta,due decenni agli antipodi, e poi via via fino al mondo e al calcio di oggi. A fare da sfondo, i ricordi emozionati ed emozionanti di un figlio, Gabriele, che racconta un padre calciatore. Anzi, un padre portiere, che è decisamente un’altra cosa.

Fernando Orsi è nato a Roma nel 1959. Ha giocato da professionista nel Siena, nel Parma, nell’Arezzo e nella Lazio, dove ha terminato nel 1998 la carriera di calciatore per iniziare quella di preparatore dei portieri e poi, nel 2001, quella di allenatore, come vice di Roberto Mancini; nel 2004 ha seguito Mancini all’Inter, e nel 2007 ha esordito sulla panchina del Livorno. Dopo l’ultima esperienza alla guida della Ternana, dal 2011 fa parte in pianta stabile della scuderia di Mediaset Premium come opinionista.Gabriele Orsi è nato nel 1991 e si è laureato in Lettere classiche all’Università La Sapienza di Roma, dove vive e prosegue gli studi. Nel 2016 ha pubblicato il suo primo romanzo, Ali di piombo (Curcio).

Susanna Marcellini, giornalista, è redattrice per l’emittente radiofonica Radio Radio. Per Ultra ha scritto Rosa d’amore, Bomber (con Roberto Pruzzo) e Cobra (con Sandro Tovalieri). Nel 2016 ha vinto il Premio internazionale di Letteratura Sportiva Antonio Ghirelli.


 

 

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Roma, certo. Ma anche, e forse soprattutto, Pescara, Arezzo, Avellino, Ancona, Bari, Bergamo, Reggio Emilia, Cagliari, Genova, Perugia, Terni. Sono queste, in rigoroso ordine di apparizione, le dodici città in cui il Cobra ha lasciato il segno. Sandro Tovalieri, centravanti di strada, era uno dei talenti, insieme a Righetti e Giannini, della giovane Roma che nel 1983, mentre la prima squadra di Pruzzo, Conti e Falcão vinceva lo scudetto, si aggiudicava il torneo di Viareggio. Ma il suo destino non era quello di affermarsi nella capitale, dove pure tornò tre anni dopo per subentrare nientemeno che a Bomber Pruzzo, bensì di viaggiare in lungo e in largo per tutto il Paese, conquistando alcune delle piazze più difficili del calcio italiano e infiammando le tifoserie più calde, che ancora oggi lo amano con inalterata passione.  A lui sono dedicate canzoni rap, pizze speciali e birre artigianali. D’altra parte, 143 gol fra i professionisti non sono numeri da tutti. Ma non è certo solo per la sua spiccata propensione a mordere mortalmente le difese avversarie che il Cobra è ancora un mito per tanti tifosi.  È innanzitutto per la sua umanità schietta e vera, quella che, con il suo aspetto un po’ guascone, Tovalieri comunica subito, a chiunque lo incontri, e che è forse il dono più bello anche di questo libro, in cui Sandro ci racconta il romanzo di una vita piena di episodi indimenticabili e di gioie esplosive, di affetti profondi e di dolori lancinanti, di battaglie sportive e personali vinte e perse, ma sempre giocate col cuore, fino all’ultimo minuto di recupero.


 

 

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Se c’è stato un calciatore che ha meritato l’appellativo, spesso abusato, di “bomber”, quel calciatore è Roberto Pruzzo. Già idolo della curva del Genoa, per la quale era diventato sin dagli esordi “O Rey di Crocefieschi”, passò alla Roma nel 1978 per la cifra record di tre miliardi di lire. La squadra giallorossa era scritta nel suo destino: contro di lei aveva segnato il suo primo gol in serie A, contro di lei, indossando la maglia della Fiorentina, segnerà il suo ultimo, nel 1989, impedendole l’accesso alla Coppa Uefa. In mezzo, per lei e con lei, tre titoli di capocannoniere, quattro Coppe Italia, uno scudetto e 138 gol. Alcuni bellissimi, improvvisi e inaspettati, altri facili e naturali (per lui), molti ancora scolpiti nella memoria dei tifosi: quello contro l’Atalanta che evitò la retrocessione nel ’79, quello, proprio contro il Genoa, che valse lo scudetto nell’83, la rovesciata dell’ultimo minuto in casa della Juve nella stagione successiva, la doppietta contro il Dundee nella semifinale della Coppa dei Campioni dell’84, la rete del pareggio nella drammatica finale contro il Liverpool. Si sta parlando, davvero, di storia del calcio italiano. E questa storia, per la prima volta, ce la racconta lui, in prima persona, senza farci mancare nulla: i compagni, i ritiri, i soldi, le donne, i tifosi, gli allenatori, le gioie, le amarezze e le follie di un mondo spesso bizzarro e picaresco, ma ancora strettamente connesso alle emozioni che generava. Tanto che si può parlare di una vita normale, o quasi. Eccola qui, raccontata tutta di un fiato, come una corsa a braccia aperte sotto la curva.


 

 

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Da venditore porta a porta a fondatore della catena Emmezeta, da attaccante nella squadra di paese a presidente del Venezia e poi del Palermo Calcio. Maurizio Zamparini è il più classico dei self-made man. Ma certo non è uno qualunque: istrionico, energico, risoluto, folcloristico, carismatico, all’apparenza incostante. Per tanti troppo animoso, per chi lo conosce bene uomo d’altri tempi. Due mogli, quattro figli e dodici nipoti: questi i numeri dell’uomo. Quarantatré allenatori e trentacinque esoneri sono quelli, più noti, del presidente di calcio. Da Ferruccio Mazzola a Giuseppe Iachini, passando per Guidolin, Maifredi, Rossi, Gasperini, Mangia e tanti altri. Molti, e importanti, anche i direttori sportivi: dallo storico Foschi al tranquillo Perinetti, dall’istintivo Sabatini ai giovani Sogliano e Panucci. Numeri folli? Un po’ sì, ma il calcio, per Maurizio Zamparini, è proprio questo: una magnifica, appassionante follia. Una storia d’amore per niente facile, ma ancora ben viva, quella che va avanti da dieci anni sotto il sole di Mondello fra il presidente più imprevedibile d’Italia e una tifoseria tra le più calde, appena ricompensata della sua passione con l’immediato e trionfale ritorno in serie A.