SBAGLIATO SAREBBE FAR TORNARE PAROLE COME VENDETTA, E SE INVECE FOSSE GIUSTO?

A noi occidentali cresciuti negli anni ’80 la guerra che ci piaceva di più era quella combattuta da Lady Oscar. Un pò perchè ci costringevano a studiarla un pò perchè ci piacevano le storie d’amore. Abbiamo vissuto da lontano la Guerra del Golfo e abbiamo sofferto per Maurizio Cocciolone, il pilota del Tornado abbattuto il 18 gennaio del  1991. L’Italia rimase col fiato sospeso per ore. Solo  nella tarda serata, erano le 20,23 di quello stesso giorno, arrivò un
comunicato in cui si precisava che «fonti del comando areo
non escludono che i due ufficiali siano riusciti ad azionare gli
eiettori». «In questo caso – speci ficava la nota – sarebbero quasi certo
prigionieri degli iracheni». Per due lunghissimi giorni non si
seppe più nulla dei due militari italiani, finché il 20 gennaio, alle 18,13
arrivò la notizia che «sette uomini, definiti piloti, sono stati
mostrati stasera alla tv irachena. Sono stati presentati di nazionalità
americana, italiana, britannica e saudita. Gli uomini apparivano
preoccupati e alcuni presentavano escoriazioni al viso».Poi la Cnn mostrò
al mondo intero il volto tumefatto di un uomo che in un inglese stentato
disse: «My name is Maurizio Cocciolone». E partì un’intervista che
lasciò sull’Italia intera l’ombra dell’orrore della prigionia.«Dica il
grado, nome e nazionalita», intimò la voce dell’intervistatore
iracheno. «Ok», rispose Cocciolone . E iniziò a recitare frasi che
sapevano di copione imposto. «Il mio nome è Maurizio Cocciolone e sono
un capitano dell’ aronautica italiana». «Qual era lo scopo della sua
missione?», incalzò l’intervistatore iracheno. «Attaccare un deposito di
munizioni nell’Iraq meridionale», rispose Cocciolone. «Qual è la sua opinione
sulla guerra e l’aggressione all’Iraq?». «La guerra  è sempre una cattiva ragione… la guerra è una cosa brutta». «Ha un messaggio da mandare?», aggiunse provocatorio l’intervistatore.
«Penso – disse ancora con sguardo stanco e assente il
capitano – che l’unico messaggio sarebbe dire ai miei dirigenti
politici che risolvere una questione con la guerra è sempre da pazzi». Poi Cocciolone e Bellini vennero liberati il 3 marzo del 1991, dopo 45 giorni di prigionia.Sono passati 25 anni dalla prima diretta tv di una guerra, e in questi 25 anni ci sono state altre vittime di ogni nazionalità e noi, sembrava, ci fossimo abituati a quelle immagini. Anche l’11 settembre abbiamo sofferto di fronte a tutti quei morti, ma anche in quell’occasione siamo andati avanti pensando che la guerra fosse lontana da noi. Uno spettacolo televisivo, Uno scoop per chi riprende il primo morto. La verità è che oggi ci stiamo accorgendo che questa è una guerra che non si sa bene quando e dove sia iniziata, quando, dove e come finirà. Sono (quasi) invisibili gli interessi in gioco, non sappiamo bene chi la vuole, chi ci guadagna, chi non vuole che finisca. Questa incapacità di capire, presente in tutte le guerre complesse, è particolarmente forte in questa guerra, che non deve però esimerci dallo sforzo di pensare, e poi combattere soprattutto le tesi false e ideologiche che ci stanno inondando all’indomani della strage di Parigi. In questi mesi si parla molto delle armi che alimentano questa guerra. Occorre parlarne ancora di più, perché è un elemento decisivo. Proprio pochi giorni fa da Cagliari sono partiti missili verso la Siria, prodotti e venduti da imprese italiane. L’Italia, assieme alla Francia, è tra i maggiori esportatori di armi da guerra nelle regioni arabe, nonostante ci sia nel nostro Paese una legge del 1990 che vieterebbe la vendita di armi a Paesi in guerra. I politici che piangono, magari sinceramente, e dichiarano lotta senza quartiere al terrorismo, sono gli stessi che non fanno nulla per ridurre l’export di armi, e che difendono queste industrie nazionali che muovono grosse quote di Pil e centinaia di migliaia di posti di lavoro.La vendetta non deve mai essere la reazione dei popoli civili, neanche dopo una delle notti più buie della storia recente dell’Europa. La sconfitta più grande sarebbe far tornare parole come «vendetta» nel lessico delle nostre democrazie, che le hanno eliminate dopo millenni di civiltà, di sangue, dolore. Fino qua probabilmente il discorso è piaciuto ai moderati, ai moralisti, a quelli che seduti nei salotti buoni  non hanno perso nessuno. Poi penso invece a chi ha perso una figlia, un marito, penso alle urla della gente morta in nome di Allah e mi incazzo, M’incazzo talmente tanto da pensare che sia giusto radere al suolo tutto il mondo Islamico. Ma se poi avessi torto? 1_20080717_132012

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